1. Inizio pagina
  2. Contenuto della pagina
  3. Menu principale
  4. Menu di Sezione

Contenuto della pagina

Itinerario archeologico

Si parte dal Parco archeologico, costituito dagli impianti termali ubicati nell’area Nord-Orientale della città (tra le attuali chiese di San Rocco e SS. Trinità). Essi sono attribuibili al periodo traiano-adrianeo, periodo di intensa attività edilizia, specie nel settore pubblico. Degli ambienti termali nel loro complesso restano le tracce un Tepidarium con i piastrini in mattoncini che sostenevano il solaio di calpestio e le tracce di un frigidarium che presenta una pavimentazione musiva a motivi geometrici e zoomorfi. Delle numerose domus private, probabilmente risalenti al periodo della deduzione coloniale del 43 a.c., edificate su alcune fornaci di età repubblicana e ristrutturate agli inizi del I secolo dopo Cristo, vi sono numerose testimonianze. Sulla parte opposta della strada che taglia in due l’area archeologica sorgeva l’Anfiteatro. Senza dubbio l’edificio pubblico che meglio rappresenta e simboleggia la Venosa romana. La sua costruzione può farsi risalire all’età giulio-claudia (repubblicana), per le parti in muratura in opera reticolata, ad una fase più tarda risalente all’età traiana-adrianea (imperiale) per l’opera muraria mista. Sul modello degli altri anfiteatri costruiti nel mondo romanizzato, si presentava in forma ellittica con i diametri che misuravano all’incirca m. 70 x 210. Queste dimensioni, secondo alcuni calcoli, consentivano una capienza approssimativa di 10.000 spettatori. Con il declino della Venusia romana, l’anfiteatro fu letteralmente smontato pezzo per pezzo e i materiali sottratti furono utilizzati per qualificare l’ambiente urbano della città. Alcuni leoni in pietra che attualmente troviamo all’interno dell’abitato, provengono infatti, dalle rovine dell’anfiteatro. Nei pressi della collina della Maddalena, a poco più di un chilometro di distanza si trovano le Catacombe ebraiche. Occupano la zona di detta collina e si articolano in vari nuclei di notevole interesse storico e archeologico. Una fila di grotte scavate nel tufo e in parte franate, preannuncia la presenza delle Catacombe Ebraiche e Paleocristiane. All’interno si trovano loculi parietali e nel suolo. Le nicchie (arcosolii) contengono due o tre tombe oltre a loculi laterali per bambini. Esse furono scoperte nel 1853 (la documentazione completa relativa alla scoperta è conservata nell’archivio storico) e presentavano segni indelebili di saccheggio e di devastazione. In fondo alla galleria principale svoltando a sinistra si segnalano numerose epigrafi (43 del III e del IV secolo) in lettere dipinte di rosso o graffite. Di queste, 15 sono in lingua greca, 11 in lingua greca con parole ebraiche, 7 in lingua latina, 6 in lingua latina con parole ebraiche, 4 in lingua ebraica, e altre 4 sono in frammenti. La comunità ebraica, il cui nucleo originale era verosimilmente ellenistico, come si rileva dalle epigrafi, era per lo più costituita da commercianti e da proprietari terrieri. Non pochi suoi esponenti assunsero importanti cariche nel governo cittadino. Anche a Venosa gli ebrei concentravano nelle loro mani il potere economico, detenendo il monopolio del commercio del grano, dei tessuti e della lana. Nel 1972 un altro sepolcreto fu scoperto nella collina della Maddalena, la Catacomba Cristiana del IV secolo, il cui ingresso originario era posto a circa 22 metri dal piano del sentiero che porta alla Catacomba Ebraica. Nel corridoio di accesso in quell’occasione furono rinvenuti 20 arcosoli, 10 per parete, oltre a parti di lucerne ed una intera di argilla rossa del tipo così detto a perline risalente al IV – II secolo a. C. Fu ritrovata, inoltre, una lucerna di argilla chiara, caduta da una nicchietta, di tipo mediterraneo ed una lastra sepolcrale attribuita all’anno 503. Nella parte opposta alle catacombe in agro di Venosa, a circa nove chilometri dalla città moderna, in un’area collinare che si estende fino alle grotte artificiali di Loreto si trova il Sito Paleolitico di Notarchirico, costituito da un’area museale coperta allestita e affidata dall’Istituto Paleolitico Luigi Pigorini di Roma. Il rinvenimento e la scoperta delle prime testimonianze della presenza umana in epoca preistorica, si devono alla passione e alla capacità scientifica dell’avv. Pinto e del prof. Briscese che, nell’estate del 1929, effettuarono le prime ricognizioni sul territorio, portando alla luce i primi significativi reperti. Le successive campagne di scavo hanno consentito di ritrovare una serie di frammenti dell’uomo preistorico oltre a numerosi resti di animali ora estinti (elefante antico, bisonte, bue selvatico, rinoceronte, cervidi, ecc.). Fra gli strumenti rinvenuti si ricordano i bifacciali. Un cranio di Elephas anticuus è stato ritrovato durante gli scavi del 1988. Le ricerche proseguono da parte della Soprintendenza Speciale in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Basilicata, con l’Università di Napoli “Federico II” e con il Comune di Venosa. Nel settembre del 1985 è stato ritrovato un femore umano frammentario fortemente fossilizzato attribuito ad un individuo femminile di età adulta. Il femore appartenuto probabilmente ad un Homo erectus, è il più antico resto umano ritrovato nell’Italia Meridionale e presenta alcuni aspetti patologici, studiati dal prof. Fornaciari, consistenti in una neoformazione ossea, forse il risultato di una osteoperiostite conseguente ad una ferita profonda alla coscia subita dall’individuo in vita. Il femore è stato dato in studio ai laboratori dell’Istituto di Paleontologia Umana di Parigi e la sua datazione, attribuita usando il metodo del disequilibrio sella serie dell’uranio, risale a circa 300.000 anni fa. Ci si arriva percorrendo la Strada Provinciale Ofantina altezza passaggio a livello Venosa Spinazzola, e poi imboccando la Strada Statale 168 dopo il bivio per Palazzo San Gervasio.
A conclusione del percorso è possibile ammirare un’altra importante vestigia del passato; la Tomba del Console Marco Claudio Marcello ubicata lungo una parallela dell’attuale via Melfi. Della tomba è impossibile sapere il suo stato originario per quanto riguarda la forma e le dimensioni. Nel 1860, alla base della tomba fu rinvenuta un’urna cineraria in piombo che, aperta, mostrò, sul fondo, uno strato basso polveroso; ciò che rimaneva dei resti umani di un personaggio della Venusia romana della fine del I secolo a.C. – primi decenni del I secolo d. C. In tale circostanza furono trovati, inoltre, alcuni frammenti di vetro un pettine e un anellino d’argento.