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Giacomo Di Chirico

(Venosa 1844 – Napoli 1883)

Giacomo nasce a il 25 gennaio del 1844 da Luigi, modesto falegname di 56 anni e da Caterina Savino in un umile sottano nel quartiere di San Nicola. L’artista riceve il battesimo nella Chiesa di San Domenico, divenuta parrocchia ai primi dell’Ottocento, a seguito della riorganizzazione delle circoscrizioni parrocchiali. Le condizioni economiche della famiglia, già largamente precarie, precipitano nel 1847 con la morte del capofamiglia. Per le precarie condizioni economiche della famiglia Giacomo viene ben presto messo a lavorare in una bottega di barbiere, dove rimane fino alla metà degli anni Sessanta. Fin da adolescente, però, il giovane, mostra i segni di un’ossessione e di un’inquietudine, una tendenza geniale all’osservazione e alla rappresentazione con i colori che si traduco nella mania di disegnare, di fare ritratti. Per questo, con il passare del tempo, Giacomo mal si rassegna al destino di barbiere. Nell’umile bottega di barbiere Giacomo rimane fino all’età di venti anni. Nell’autunno del 1865, infatti, si trasferisce Napoli per frequentare il Reale Istituto di Belle Arti, grazie ad un apposito sussidio elargitogli prima dal Comune, “con la clausola che gli sarà continuato qualora egli dimostri di trarre dagli studi ottimo profitto”, e successivamente dall’amministrazione provinciale. Per tale ragione fu sempre largamente munifico dei doni della sua arte al suo paese natio, quando i suoi quadri, ammirati, ricercati e contesi in tutte le parti del mondo, adornavano le pareti di illustri dimore.


Nella città partenopea, nelle ore libere prende a frequentare assiduamente lo studio privato di un artista all’epoca conosciuto e stimato. Si tratta di Tommaso De Vivo, professore onorario dell’Istituto, con il quale mantiene un solido rapporto di amicizia e ammirazione. Rimane con lui due anni, mentre frequentava 1’Istituto poi, convinto della necessità di ampliare l’orizzonte professionale, e “dopo la conoscenza della maniera del Morelli, che aveva per base 1’osservazione di tutto ciò che è reale”, lascia Napoli e si trasferisce a Roma. Nella “Città eterna” allarga le sue vedute artistiche con lo studio della natura e con la spinta avuta dalle opere di tanti giovani, che correvano alla città papale, e quivi pure egli comincia i primi sforzi erculei per disimparare o modificare tutto quello che aveva già appreso in Istituto. Studia seriamente in questa epoca con tenacia incredibile, e combatte contro le difficoltà immense che pongono l’arte e la vita. Il soggiorno romano dura tre anni, nel corso del quale visita le principali pinacoteche italiane. Rientrato a Napoli apre uno studio di pittura, affacciandosi così sulla scena artistica napoletana, facendosi apprezzare dai docenti dell’Istituto per i suoi primi lavori di pittura “storica”. E’ nella realtà napoletana che si afferma come artista di grandi doti e di grande innovazione, partecipando con le sue opere alle più importanti rassegne nazionale e internazionali. Nel 1879, sull’onda degli straordinari successi raggiunti a livello nazionale, il Re gli conferisce il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia. L’anno precedente, in seguito al matrimonio, contratto a Maiori, con Emilia D’Amato, imparentata presumibilmente con pittore maiorese Raffaele, nasceva a Napoli l’unica figlia, Maria, il 10 maggio 1883, poco prima della sua morte sopraggiunta alla fine dello stesso anno. Nonostante la gioia della paternità, gli ultimi mesi sono dolorosi, man mano che si facevano più evidenti i segnali di un certo squilibrio mentale, con momenti di parziale perdita della memoria. Dal 30 novembre dell’anno precedente era, infatti, rinchiuso nel Manicomio Provinciale di Napoli, dove muore il 16 dicembre 1883, all’apice della carriera e della maturità artistica.